RUCH
ruc F; ruc L; ruth P; rozi V; ruc VA; ruch VB; ruchi Z.
BIBLIOGRAFIA – Busi 1988; Cardona 1975, pp. 708-710; Canova 1999; Chang 1970; Chebel 1995, pp. 309-310; DELI, s.v. «ròcco»; Devic 1883; EI2, VIII, p. 595; Falchetta 2006, nn. *19 e *49; Gadrat 2005; GDLI, s.v. «ròcco»; Goodman 1994; Pellegrini 1972, I, p. 28; Tresso 2006, pp. 716-717; Yule, Cordier 1929, II, pp. 415-419; Yule 1915; Wittkower 1987, pp. 151-158,181-187.
La descrizione del gigantesco uccello roc (dalla forma arabo-persiana ruḫḫ o ruḫ) nel capitolo dedicato al Magastar è tutta basata sulle notizie fornite a Polo da informatori locali. Non sono mancati i tentativi di identificare il volatile con specie estinte, sulla base dell’analisi di resti fossili (Yule, Cordier 1929, II, pp. 415-419); in particolare è stata proposta l’identificazione con l’Aepyornis maximus, sorta di enorme struzzo vissuto in Magadascar, detto anche «uccello elefante» (EI2, VIII, p. 595); tale attribuzione è stata contestata da Goodman (1994, p. 428) in seguito alla scoperta, nel N dell’isola di Magadascar, dei resti di una specie finora ignota, lo Stephanoaetus mahery, accipitride di grandi dimensioni che, a differenza dell’Aepyornis maximus, sarebbe stato capace di volare. A fronte di queste identificazioni, che non tengono conto della probabilità che il toponimo poliano si riferisca in realtà a Mogadiscio, e che non danno datazioni precise per l’estinzione di questi animali, pare più convincente l’ipotesi che vede nel racconto poliano «una delle ultime attestazioni di uno dei tanti uccelli fantastici noti nelle letterature del Vicino Oriente» (Cardona 1975, p. 709). Per Wittkower (1987, p. 183) la leggenda del r. avrebbe raggiunto il Medioriente a partire dal mito cosmologico indiano (narrato nel Mahābhārata e nel Rāmāyana) dell’uccello solare Garuda, in lotta contro il serpente ctonio / elefante Naga. Che l’ipotesi di una dipendenza diretta r. < garuda sia dimostrata o meno, resta il fatto che gli uccelli mitologici «jouent un rôle prépondérant dans l’imaginaire du voyage» e che la loro classificazione è spesso fluida, poiché il folclore popolare ha unificato per tropismo sotto un’unica denominazione creature originariamente distinte (Chebel 1995, p. 309): così accade per esempio per Simourgh, ‘Anqa e r. (Devic 1883, pp. 244-254; Yule, Cordier 1929, II, p. 415, aggiungono all’elenco il Bar Yuchre delle leggende rabbiniche e i grifoni, valutandoli come declinazioni particolari di un mito comune). La letteratura arabo-persiana di carattere odeporico e scientifico contiene numerosi riferimenti al r., a partire dal Kitāb ‘ağā’ib al- Hind (Libro delle Meraviglie dell’India) di Buzurğ ibn Šahriyar al-Rāmahurmuzī (X sec.). Citazioni si leggono nell’opera geografica di al-Qazwīnī (XIII sec.), nella storia naturale di Zayn al-Din Ibn al-Wardi (XIV sec.), così come nella letteratura ʿaǧāʾib (dedicata alle meraviglie; EI2, VIII, p. 595). In Nuḫbat al-dahr fī ʿaǧāʾib al-barr wa-l-baḥr (Estratti del tempo riguardanti le meraviglie della terra e del mare) al-Dimašqī (1256-1327) racconta che sulle isole di Comore, all’estremità settentrionale del Canale del Mozambico, si raccolgono le penne di r., larghe oltre una spanna e mezzo, lunghe una qâma (2 metri) per importarle a Aden, dove i mercanti le commerciano (Devic 1883, p. 240). A questi testi si possono aggiungere almeno i Viaggi di Ibn Baṭṭuṭa (che, a differenza di Polo, sostiene di aver visto un esemplare di r. , scambiato per una montagna sospesa, durante la navigazione nel mar della Cina, vd. l’ed. Tresso 2006, pp. 716-717). Sono tuttavia soprattutto opere come le avventure di Sindbād il Marinaio (ciclo di racconti a sua volta confluito nelle Mille e una Notte) a radicare la credenza popolare della realtà del r., e a circolare oralmente tra i marinai arabi, tanto che «è possibile reperire documentate testimonianze sull’apparizione dell’uccello addirittura verso la metà del XIV secolo» (Wittkower 1987, p. 184; Yule, Cordier 1929, II, p. 417 riferiscono di millantati avvistamenti ancora nel XIX sec.). È proprio per tramite arabo, attraverso i racconti dei viaggiatori, che la leggenda viene accolta dall’Occidente medievale, senza essere però mai “istituzionalizzata” nei bestiari, che dedicano ampio spazio solo al grifone (e non a caso Polo assimila inizialmente gli uccelli descritti dai suoi informatori ai grifoni, come si legge in R III 36 13). La descrizione di un grifone impiegato come inconsapevole mezzo di trasporto compare, un secolo prima del veneziano, nel resoconto di viaggio di Binyamin da Tudela (ma il motivo pare mutuato dalla letteratura araba, vd. Devic 1883, pp. 247-248): per salvarsi dai frequenti naufragi nel Mar della Cina, i marinai sono soliti portare con sé pelli di bue, in cui si infilano armati di coltello prima di colare a picco. «Quando il grande uccello detto grifo lo scorge, lo scambia per un animale e lo trasporta sulla terraferma, posandolo su un monte o in una valle per mangiarlo. L’uomo, allora, lo colpisce lestamente con il coltello e l’uccide; dopo di che può uscire dalla pelle e raggiungere un luogo abitato. Molti si sono salvati in questo modo» (Itinerario, ed. Busi 1988, p. 73). La testimonianza di un osservatore diretto fu citata per autenticare il proprio racconto da Jordan Catala de Séverac, nella sezione dei Mirabilia descriptae dedicata alla tercia Yndia (l’Africa Orientale, vd. India): «In ista Yndia tercia, sunt aves quedam, que Roc vocantur, ita magne quod de facili elevant unum elephantem in aere. Ego vidi quemdam, qui dicebat se vidisse unam de illis avibus cujus solum una ala habebat in longitudinem palmas octoginta» (ed. Gadrat 2005, p. 259). La leggenda fu accolta, verosimilmente dal Milione, anche nel mappamondo di Fra Mauro; un cartiglio posto accanto alla punta dell’Africa detta «Cavo de Diab» (all’estremità N del Madagascar), spiega che verso il 1420, navigando «per una traversa per el mar de india […] acostandose la nave a le rive per suo bisogno, i marinari vedeno uno ovo de uno oselo nominato chrocho, el qual ovo era de la grandeça de una bota d’anfora; e la grandeça de l’oselo era tanta che da un piço de l’ala a l’altro se dice eser 60 passa, e con gran facilità lieva uno elefante e ogni altro grando animal e fa gran dano a li habitanti del paexe et è velocissimo nel suo volar» (Falchetta 2006, nn. *19 e *49). Il racconto, costruito sulla base di fonti orali, di un albero nidificato da uccelli enormi designati col lemma indiano di garuda, si legge nella Relazione del primo viaggio attorno al mondo di Pigafetta, che fonde motivi indiani e altri di matrice indonesiana: «Anco ne discero de soto de Iava Magiore verso la tramontana nel golfo de la Chiina, la qualle li antichi chiamano Signo Magno, trovarsi un arbore grandissimo, nel qualle abitano ucceli detti garuda, tanto grandi che portano un bufalo e uno elefante al luoco dove è l’arbore, […]» (ed. Canova 1999, p. 340, e nota 1267; Yule 1915, p. 511). Anche fonti cinesi, benché «it is rather difficult to establish a clear mileston in the advance of China’s knowledge concerning tropical Africa», registrano descrizioni analoghe a quella poliana: di uccelli in grado di ingoiare i cammelli scrive, attorno al 1178, Chou Ch’ü-fei, autore del Ling-wai-tai-ta (Chang 1970, p. 21). Una suggestiva proposta di Pellegrini 1972, I, p. 28 accosta il persiano ruḫ al pezzo degli scacchi detto «rocco» (la torre), da cui sarebbe derivato il verbo «arroccare» (che indica la mossa con cui si muovono simultaneamente il re e la torre; vd. anche Yule, Cordier 1929, II, p. 419); l’etimologia del termine resta tuttavia incerta, e la maggioranza dei dizionari la riferisce al persiano rōh, «cammello che porta una torre con uomini armati» (GDLI e DELI, s.v. «ròcco»).
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